Beni comuni e bene comune

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About Ugo Mattei's book on common goods.
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   / / 23  / / mondoperaio 6/2012  / / / / saggi e dibattiti >>>> saggi e dibattiti >>>> Antonio Banfi I n un suo recente e assai fortunato volume Ugo Mattei rile-va come la depoliticizzazione delle scienze sociali (ma direidelle scienze tutte) sia il vero peccato mortale dell’accademia 1 :Mattei si fa quindi promotore di una riflessione teorica che haimmediate ricadute politiche (non è certo un caso che il sotto-titolo richiami il  Manifesto del 1848). Si tratta, peraltro, di unariflessione di indubbio successo: lo testimoniano la diffusionedel volume così come l’ampio dibattito che esso ha suscitato.L’impatto del pensiero di Mattei sui beni comuni è ben testi-moniato dalla comparsa del neologismo “benecomunismo”, asignificare tutto il filone di pensiero la cui vivacità si è potutaapprezzare nel contesto delle recenti campagne referendarie, cheappunto all’opera di Mattei si ricollegano.  Nel libro di Mattei, dunque, il ragionamento giuridico mira ariacquistare una dimensione autenticamente politica, nellaquale il discorso relativo al “governo” della comunità e dei be-ni comunitari muove da una messa in discussione radicale dialcuni principi cardine non esclusivamente propri del pensie-ro mainstream . Pertanto le idee di Mattei vogliono porsi comediscorso rivoluzionario, propositivo e mirante decisamente al-la trasformazione dell’esistente. In questo senso l’obiettivo diMattei si costruisce come critica all’ideologia dominante, co-me rovesciamento di prospettive da secoli incardinate nella no-stra mentalità: si tratta, secondo l’autore del  Manifesto , di sov-vertire la contrapposizione ormai fossilizzata fra dominio e de-manio ,  privato e  pubblico , per dare vita a un nuovo regime dei beni, che non è disgiunto da una ridefinizione complessiva deivalori fondativi della vita associata. Nell’introduzione al suo  Manifesto Mattei sottolinea dunque co-me il pensiero dominante sia vincolato ad una rappresentazio-ne ormai superata dai fatti: si tratta della tradizionale contrap- posizione fra pubblico e privato, per la quale, secondo i cano-ni di un pensiero liberale per più versi invecchiato, occorre pre-stare al privato le necessarie difese contro l’eventuale, possi- bile prepotenza di una struttura statale che può facilmente as-sumere caratteri autoritari. Di qui le tutele poste nell’ordina-mento a favore del privato dinnanzi all’intervento dell’autori-tà pubblica. Esempio classico è proprio quello della tutela del-la proprietà privata di fronte all’appropriazione da parte delloStato: così sin dall’epoca tardo-antica l’esproprio per ragioni di pubblica utilità è considerato quale limitazione della potestà do-minicale – un tempo assoluta, ius utendi et abutendi  – per laquale si prevede comunque una qualche forma di indennizzo. Pubblico e privato Mattei afferma che la contrapposizione tra pubblico e privatoè fuorviante perché mette in ombra l’omogeneità strutturale deidue termini (pubblico e privato) e ci offre una rappresentazio-ne bloccata della realtà, che blocca anche le possibilità di tra-sformarla. Lo scritto di Mattei è dunque in primo luogo un at-tacco alla narrativa dominante, che si estende alla sfera dell’e-conomia per ricomprendere anche quella del diritto, un dirittodimentico dell’antica definizione di ars boni et aequi e ormaiasservito, secondo una visione tecnocratica, ai dogmi dell’ef-ficienza economica. Il  Manifesto  propone dunque una sorta di contro-narrazione, dal-la quale emerge un processo evolutivo che da organizzazioni Beni comuni e bene comune  Postdemocrazia 1 U. MATTEI,  Beni comuni, un manifesto , Laterza, 2011.   / / 24  / / mondoperaio 6/2012  / / / / saggi e dibattiti sociali all’interno delle quali ha ancora rilievo e valore una di-mensione comunitaria e presso le quali è riconosciuto e prati-cato il ricorso ai commons aperti a tutti (pascolo, foresta, acqua,e così via), porta ad una modernità polarizzata rigidamente in-torno alla dialettica fra individuo e Stato, e di conseguenza fra pubblico e privato. La chiave di lettura dominante (e l’ideolo-gia che essa esprime) discende dalla rappresentazione neo- pandettistica del diritto romano. Essa infatti legge il pensierogiuridico e l’esperienza giuridica romana attraverso una rap- presentazione della potestà dominicale come quasi assoluta, in-dividua, esclusiva ed escludente: una rappresentazione per cer-ti versi ideologica, posta al contempo a fondamento e giustifi-cazione degli ordinamenti giuridici moderni. La modernità na-sce, invece, con il superamento di un mondo in cui l’economia, per usare le parole di Polanyi, è “imbricata nel sociale”: lungidall’essere il luogo di srcine dei rapporti sociali e di potere pro- pri dell’era moderna e contemporanea, nell’antichità è lo  sta-tus che pervade la vita sociale, rendendo impossibile una vitaautonoma e autoriproducentesi della sfera strettamente econo-mica così come il suo predominio sugli altri aspetti della vitaassociata.In questo senso la visione di Mattei appare chiaramente come primitivista o neo-primitivista: infatti fra i mondi “altri”, cheMattei estrae dalla storia giuridica occidentale (e non solo daquella), e che egli menziona come esempi di vitalità dei benicomuni, spicca il policentrismo (anche giuridico) medioevale,la cui fine è icasticamente simboleggiata dall’oblio al quale èstato condannato il Charter of the forest  , contenente la regola-zione dei commons , oscurato nella pubblicistica moderna dal-la  Magna Charta, contenente, appunto,i principi fondativi del-la difesa dell’individuo verso lo Stato. Bisogna però dire chenella rappresentazione di Mattei, il bene o i beni comuni sonoqualcosa di tutt’altro che primitivo: egli infatti supera, in real-tà, la mera oggettività del bene come res suscettibile di  scam-bio (un bene dunque fruibile, tecnicamente privatizzabile an-che se non necessariamente tangibile) per giungere ad un’ela- borazione assai più sofisticata, sicché il bene comune, il com-mon , non è più o non è più solo acqua e terra, dove esercitareliberamente e armonicamente attività fondamentali per il so-stentamento dei componenti la comunità senza steccati e bar-riere escludenti, ma diviene esso stesso diritto e esercizio deldiritto.  Ne segue che i beni comuni si presentano come una nuova con-figurazione dei diritti fondamentali, come tali inclusivi e ina-lienabili: per tale via bene comune sono anche la conoscenza,la formazione, il lavoro (o meglio il diritto al lavoro e alla di-gnità del lavoro), e alla fin fine è evidente che tale è anche ildiritto stesso. Ma più in generale la categoria del comune, nel-la visione di Mattei, si espande ben oltre l’ambito del giuridi-co e dell’economico, per divenire “una categoria dell’essere”,il che implica naturalmente un “lavoro” sulle categorie da se-coli sedimentate nel pensiero degli individui: qui risiede unaspetto tutt’altro che secondario della costruzione di Mattei edella sua portata “rivoluzionaria”. Si legge infatti nel  Manife- sto che “l’investimento necessario per creare domanda di be-ni comuni si chiama cultura critica”, sicché diviene determinanteottenere una trasformazione integrale della mentalità dei citta-dini: il che non può che passare attraverso un ruolo determinantee attivo dei media e degli atenei, in modo da “spiegare i benicomuni a soggetti individualizzati e contrattualizzati”. Una teoria dei movimenti  Siamo così tornati al punto di partenza: l’insegnamento e la ri-cerca accademica debbono recuperare la loro capacità di agi-re sulla società e di trasformarla, sottraendosi al ruolo mera-mente tecnocratico che è stato loro imposto negli ultimi anni.Tralascio ora di discutere quanto lo stesso Mattei afferma ri-guardo alla sua esperienza nella “Commissione Rodotà” e aitentativi di concretizzazione delle sue tesi intorno ai beni co-muni. Quello che mi preme ora rilevare è come il bene o i be-ni comuni siano suscettibili di una lettura su due piani: quello oggettivo , per il quale è centrale la loro vocazione a soddisfa-re bisogni essenziali, e che richiede speciali difese e tutele chene mantengano il carattere non esclusivo. E quello  soggettivo , per cui il bene comune è esso stesso un diritto, la cui titolaritànon spetta però al singolo individuo, ma alla collettività o co-munità. Questo secondo aspetto conduce al problema del “go-verno” dei beni comuni, cioè al problema del potere. A questo proposito Mattei chiarisce che si rende necessaria una “diffu-sione del potere” unita ad una “inclusione partecipativa”, ri-spetto alla quale la tradizionale forma di partecipazione attra-verso i partiti si dimostra inadatta, in quanto essa stessa lega-ta alla dicotomia pubblico-privato e caratterizzata da strutturegerarchiche che sono di per sé incompatibili con gli ideali di una piena partecipazione e collaborazione. In questo senso il  Manifesto è anche una sorta di teoria dei “mo-vimenti”, intesi come formepartecipative, non verticistiche eorizzontali, alternative alla tradizionale struttura dei partiti. Con-divido molti degli argomenti che Mattei porta contro la parte-cipazione fondata sul ruolo dei partiti, ma confesso che questo punto mi lascia un po’ perplesso. La forma del movimento mi   pare un po’ troppo instabile per poter generare un’azione in-cisiva sul tessuto sociale, a maggior ragione quando l’azione hal’ampiezza e l’ambizione rivoluzionaria pensata dall’autore del  Manifesto : si discute da lungo tempo di crisi della democraziarappresentativa, e tuttavia la pur conclamata crisi dei corpi in-termedi non mi pare che consenta allo stato di ipotizzare un’ef-ficace sostituzione di questi ultimi con altre, diverse struttureo aggregazioni. Inoltre, se pure il sistema dei partiti può im- plicare il rischio di una deriva oligarchica, non sono da sotto-valutare altri e diversi rischi propri di “movimenti” eventual-mente esposti a derive carismatiche e demagogiche. Ciò detto,il problema della “diffusione del potere” e della “inclusione par-tecipativa” mi pare che sia assolutamente centrale, nel quadrodi una crisi del sistema rappresentativo che si trascina ormai dadiversi anni e che un po’ in tutto il mondo occidentale, anchese con diverse sfumature e gradazioni, ha raggiunto ormai di-mensioni critiche, come da tempo ci ricordano gli scritti di Gior-gio Galli. Basterebbe pensare alla richiesta, esplicitamente for-mulata da autorevoli ambienti dell’UE, di rinviare le elezionianticipate svoltesi in Grecia poco tempo fa. O alla malcelata am-mirazione di molti operatori finanziari per il modello tecno-cratico cinese, in grado di reagire efficacemente alle crisi per-ché, sottraendosi al periodico giogo del passaggio elettorale, sidimostrerebbe in grado di operare con orizzonti di lunga durata,neutralizzando così le sollecitazioni che, momento dopo mo-mento, emergono dal corpo civico.In ogni caso Mattei pone come corollario della questione dei be-ni comuni quella della partecipazione comunitaria e della ge-stione del potere. Per questo aspetto mi pare che lo scritto di Mat-tei si inserisca in un più ampio filone di riflessione, del quale vor-rei qui richiamare due momenti. Mattei, che ha un’approfondi-ta esperienza diretta degli Stati Uniti, ricorda nel  Manifesto l’o-  / / 25  / / mondoperaio 6/2012  / / / / saggi e dibattiti   pera di James M. Buchanan e la sua teoria del calcolo del con-senso come esempio dell’attrazione del mondo del diritto nel-la sfera di logiche proprie dell’economia. E’ certo anche graziea una certa interpretazione dell’opera di Buchanan, peraltro al-meno parzialmente erronea, che oggi sentiamo in bocca anchea politici “progressisti”, e senza alcuna sfumatura critica, l’e-spressione “offerta politica”, quasi che l’elettore fosse un con-sumatore da soddisfare proponendo merci di suo gradimento. La crisi dei partiti  La crisi della forma-partito, pensata dai padri costituenti comeuno strumento fondamentale per assicurare una partecipazio-ne diffusa al governo della cosa pubblica, passa anche di qui:recise le radici ideologiche (e forse anche quelle etiche) i par-titi si sono trasformati in congreghe di aspiranti gestori del po-tere, intenti alla autoconservazione e autoriproduzione pro-mettendo quanto si suppone sia gradito all’elettorato, previa ri-levazione degli orientamenti dominanti attraverso il ricorso aisondaggi: in modo dunque non molto diverso da quanto farebbeuna grande azienda nelle sue politiche di marketing  . Ripensandoalla  Politica di Aristotele e al dibattito fiorito nel IV sec. sullacrisi della democrazia ateniese, si potrebbe parlare di una nuo-va forma di demagogia, di moderni adulatori del popolo. Lostesso recente e tragico caso greco è per certi versi una dimo-strazione di questi fenomeni degenerativi della democrazia rap- presentativa.Ora, è noto a tutti come la risposta oggi più corrente a questifenomeni passi per la riscoperta dei benefici della tecnocrazia.Altri, al pari di Mattei, si sono mossi nel recente passato su unastrada diversa, richiamandosi a vario titolo proprio alle primeesperienze del sistema democratico. Negli ultimi anni uno deimaggiori studiosi viventi della democrazia ateniese, M.H. Han-sen, si è molto impegnato per diffondere anche in Europa, e spe-cialmente nei paesi scandinavi, le teorie di James S. Fishkin in-torno alla deliberative democracy e ai deliberative polls . Nel-la visione di Hansen la democrazia ateniese diede nei fatti una buona prova di sé: trattandosi di democrazia diretta, essa assi-curava inoltre la possibilità almeno teorica che tutti i cittadiniaventi diritto prendessero parte personalmente al governo del-la cosa pubblica. Una qualche forma di partecipazione direttaai processi decisionali avrebbe oggi anche l’indubbio vantag-gio di limitare, almeno in parte, il ruolo dei partiti politici e discardinare la nuova demagogia fondata sul consenso generatoda un’offerta politica modellata sui sondaggi e sul marketing  elettorale. Naturalmente sia Hansen che Fishkin fondano le loro tesi su diuna visione sostanzialmente ottimistica dell’uomo e della so-cietà, basata fra l’altro sulle seguenti tesi: che i cittadini comunisono interessati alla partecipazione; che, se correttamente in-formati, assumono decisioni giuste; che essi sono pronti a tra-scurare il loro contingente interesse personale a favore di quel-lo nazionale o della collettività. E’ evidente però che il model-lo ammirato da Hansen e Fishkin non può essere riprodotto insocietà delle dimensioni di quella odierna: la democrazia direttain forma assembleare funziona solo “nel piccolo”. Di qui l’i-dea del sondaggio deliberativo o partecipativo, che prevede chea campioni rappresentativi della cittadinanza siano sottoposti periodicamente i principali quesiti dell’agenda politica. I con-sultati si esprimeranno solo dopo essere stati correttamente in-formati da boards di esperti e dopo avere udito le opinioni diesponenti politici: questa fase intende in qualche modo ripro-durre il dibattito tipico delle assemblee delle democrazie dirette,che secondo Hansen costituiva un elemento imprescindibile del-la “buona gestione” della democrazia attica (“ rational decisionmaking conducted on an amateur basis ”).L’esito della consultazione non avrà valore vincolante, ma co-stituirà pur sempre un’indicazione di grande rilievo per i rap- presentanti. L’idea di riprodurre aspetti della democrazia direttae di assicurare maggiore partecipazione attraverso un’inversioneradicale nell’uso dei sondaggi è senz’altro affascinante, e pe-raltro i primi esperimenti condotti in vari paesi hanno dato esi-ti davvero significativi. Non so, però, quanto le idee di Fishkine Hansen siano applicabili su larga scala, e se davvero sia pos-sibile in questo modo ridar vita a una democrazia effettivamente partecipativa. Dalla stessa diagnosi di una crisi delle forme di partecipazione attraverso strutture partitiche, che pare ormai ir-reversibile, muove quanto proposto alcuni anni fa da uno deimaggiori amministrativisti italiani, Feliciano Benvenuti. In unlibro del 1994 intitolato significativamente  Il nuovo cittadino  / / 26  / / mondoperaio 6/2012  / / / / saggi e dibattiti  Benvenuti esprime la convinzione che sia venuto il tempo diquella che egli chiama la demarchia, cioè la sovranità popola-re non mediata dalla rappresentanza elettorale 2 . Benvenuti e la demarchia Questa convinzione è, ancora una volta, il frutto di una diagnosinegativa riguardo alla funzione dei partiti come luogo di defi-nizione collettiva degli interessi generali, e quindi come inter-mediari tra la società e le istituzioni rappresentative. Benvenutiosservava infatti come il cittadino “sia solo spettatore, seppurenon suddito, e cioè del tutto privo di tutela, di quanto avvieneall’interno dei Poteri nell’esercizio delle funzioni loro attribui-te, in quanto non ha la minima possibilità di ingerenza su di es-si”; e come la soluzione del ricorso ai partiti “tende anch’essaa un sostanziale, anche se non formale, monopolio rispetto a ogni presenza individuale e collettiva”, tant’è che l’effettivo ruolo de-mocratico e partecipativo dei partiti appare oggi completamen-te soffocato, per via di una trasformazione progressiva che li ha portati a escludere “una presenza effettiva del popolo e dei suoisingoli componenti”. Ma non si tratta soltanto della constatazionedella degenerazione dei partiti. A questa constatazione si sarebbe potuto rispondere magari con congegni diretti alla rigenerazio-ne dei partiti. L’idea di Benvenuti va al di là dei fatti contingenti,ed esprime una visione generale della relazione tra il cittadinoed le istituzioni. L’idea è che la democrazia rappresentativa siasoltanto un primo passo, che realizza una forma elementare, ar-caica, di democrazia, e che dietro alla democrazia elettorale sinasconde l’accentramento di tutte le funzioni pubbliche in ma-no ad “un apparato partitico fondato su apparenti e superficia-li distinzioni ma su una identica volontà di dominio”.Qual è allora la via da seguire affinché la comunità si possa ri-appropriare della gestione dei suoi interessi? Benvenuti è giu-rista positivo e lavora con i materiali messi a disposizione dal-l’ordinamento, cioè le autonomie territoriali e il procedimen-to amministrativo. Il nuovo cittadino è il cittadino che diven-ta amministratore, e lo diventa partecipando ai procedimenti neiquali si stabilisce cosa deve essere fatto nell’interesse genera-le. La trasformazione che viene prospettata, per usare il lin-guaggio di Benvenuti, sostituisce all’amministrazione sogget-tivata negli enti l’amministrazione oggettivata nel procedimento.Con il che si supera il monopolio degli enti nello stabilire ciòche corrisponde all’interesse pubblico, o meglio si supera il con-cetto stesso di interesse pubblico (che per definizione è tale per-ché così è stato deciso dalle istituzioni), e al suo posto si met-te l’interesse comune, che per definizione prende forma attra-verso procedimenti comunitari. In questo senso Benvenuti parla dell’amministrazione oggetti-vata come modo d’essere dell’amministrazione che realizza unnuovo equilibrio nel rapporto tra organizzazione e funzione. L’e-quilibrio è nuovo perché se l’interesse comunitario è individuatoattraverso la funzione, e la funzione si svolge nella forma del procedimento aperto ai cittadini, cade la tradizionale identifi-cazione dell’interesse pubblico con l’interesse dell’ente (Co-mune, Regione, ecc.), e l’organizzazione retrocede ad elementoservente rispetto agli interessi sociali definiti nella dinamica del procedimento. Naturalmente tutto questo implica che le deci-sioni siano preparate dall’analisi adeguata delle questioni e dal-la conoscenza diffusa di tutti i fatti: come scrive ancora Ben-venuti, toccando argomenti cari a Mattei, quando non c’è la co-noscenza c’è necessariamente l’atto di imperio. Così la de-marchia appare come una nuova libertà attiva, non più “degliantichi” o “dei moderni”, ma dei post-moderni, realizzata at-traverso “l’associazione dei singoli alla condotta delle istitu-zioni”. Una libertà relazionale, qualità questa che esprime “laricaduta dell’agire del singolo nell’interesse globale”.Le riflessioni di Mattei possono dunque essere inserite in unquadro più ampio di pensiero, a vario titolo sempre più consa- pevole della centralità della questione della partecipazione. Glistessi beni comuni, per come sono definiti nel  Manifesto , so-no inconcepibili senza inclusione e partecipazione. In tal sen-so, se mi è consentito accomunarli, gli scritti di Hansen, Fish-kin, Benvenuti e Mattei sono tutti esempi di come il pensieroaccademico ha saputo svincolarsi dalle usuali caratteristiche“tecniche” per farsi, pur con esiti assai diversi e fra loro spes-so non compatibili, discorso politico in senso alto, sfuggendocosì al “peccato mortale dell’accademia”: l’apoliticità. Rima-ne aperto il problema della messa in pratica delle idee di cui piùsopra si è discusso. Sperimentazioni di deliberative polls sonoin corso, anche se forse destano minore attenzione rispetto aquanto accadeva qualche anno fa. Le tesi di Benvenuti sulla de-marchia sono note e discusse in Italia, ma per ora non hanno prodotto significative applicazioni pratiche. Il  Manifesto di Mat-tei invece costituisce uno dei pilastri su cui si va edificando unnuovo soggetto politico, denominato Alba. Solo il tempo po-trà dire se questa nuova entità saprà diffondere efficacementeil proprio progetto mantenendo le proprie srcinali connotazioni,che se da un canto la differenziano dalla forma partito, po-trebbero dall’altro confinarla a un ruolo di mera, per quanto ge-nerosa, testimonianza.  / / 27  / / mondoperaio 6/2012  / / / / saggi e dibattiti 2F. BENVENUTI, Il nuovo cittadino, Marsilio, 1994.
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